Una lettura tecnica di Guerra profonda di Arturo Di Corinto, pensata come guida alla comprensione e all’approfondimento di sovranità digitale, guerra algoritmica, intelligenza artificiale, conflittualità ibrida, cyber operations, resilienza e diritto.
Recensione critica: tesi, struttura e metodo
Guerra profonda. Hacker, bugie e l’architettura segreta dei nuovi conflitti, pubblicato da Luiss University Press nel 2026, è un libro deliberatamente trasversale.1 Arturo Di Corinto mette nello stesso quadro sovranità digitale, Big Tech, cyberwar, disinformazione, intelligenza artificiale, guerra cognitiva, hacktivismo e conflitti in Ucraina e Medio Oriente. Questa ampiezza è insieme il principale valore del volume e la fonte delle sue maggiori difficoltà: collegare fenomeni differenti è necessario per comprendere la trasformazione strategica in corso, ma la connessione non deve cancellare le differenze tecniche, causali, giuridiche ed epistemiche che separano quei fenomeni.
La prima precisazione riguarda il titolo. Guerra profonda non è formalizzata nel libro come una nuova categoria analitica dotata di definizione, criteri e condizioni di applicabilità. È soprattutto il titolo e la metafora che riassume la profondità infrastrutturale, cognitiva e tecnologica dei conflitti contemporanei. La categoria che Di Corinto introduce e usa esplicitamente è invece guerra algoritmica: una forma di conflittualità nella quale algoritmi, automazione, dati e sistemi digitali concorrono alla produzione di intelligence, propaganda, targeting, cyber operations e capacità operative.2 Trattare le due espressioni come sinonimi teoricamente equivalenti attribuirebbe al libro una formalizzazione che non possiede.
Prefazione: tecnologia fidata, autonomia e interdipendenza
La prefazione di Roberto Baldoni fornisce una cornice normativa che conviene distinguere dall’argomentazione successiva di Di Corinto. Baldoni interpreta la sovranità tecnologica lungo l’intero stack: materie prime e semiconduttori, infrastrutture, software, dati, piattaforme e intelligenza artificiale. La sua nozione di trusted technologies non si riduce alla nazionalità del fornitore, ma richiama rule of law, trasparenza e diritti fondamentali; allo stesso tempo, l’autonomia strategica non viene identificata con l’autarchia.3
Questa impostazione anticipa uno dei messaggi più solidi del libro: gli Stati non possono eliminare l’interdipendenza tecnologica, ma possono tentare di governarne le asimmetrie. Per le democrazie europee il problema è duplice. Da una parte esistono dipendenze da sistemi industriali soggetti a ordinamenti e interessi geopolitici differenti; dall’altra esiste una concentrazione privata di capacità infrastrutturali, computazionali e informative tale da rendere alcune imprese comparabili, per potere di condizionamento, a soggetti politici.
Introduzione: quando l’attualità diventa un test metodologico
L’introduzione costruisce il problema attraverso eventi recentissimi, in particolare la guerra fra Stati Uniti, Israele e Iran iniziata il 28 febbraio 2026. La scelta rende il volume eccezionalmente contemporaneo, ma espone anche il metodo al rischio più difficile da gestire: le prime ricostruzioni di una guerra sono per definizione incomplete, politicamente contestate e soggette a correzioni.
Un esempio è la controversia fra Anthropic e il Dipartimento della Guerra statunitense. Di Corinto scrive inizialmente che Anthropic avrebbe chiesto di non usare la propria AI «in uno scenario di conflitto», salvo precisare subito dopo i due punti effettivamente contestati: sorveglianza interna di massa degli americani e armi completamente autonome.4 Le dichiarazioni ufficiali di Anthropic confermano che l’azienda sosteneva gli impieghi leciti dell’AI per la sicurezza nazionale con quelle due eccezioni, e che Claude era già utilizzato per intelligence analysis, modelling, operational planning e cyber operations.5 La formulazione generale del libro è quindi più ampia del dissenso reale.
È invece ben scelto l’esempio dei data center AWS negli Emirati Arabi Uniti e in Bahrain danneggiati durante gli attacchi iraniani del marzo 2026: mostra che un effetto digitale strategico può nascere da un’azione fisica contro l’infrastruttura su cui dipendono servizi cloud.6 Proprio questo caso chiarisce uno dei messaggi centrali del volume: la separazione fra dominio cyber e mondo fisico è spesso analiticamente più debole di quanto suggerisca l’organigramma con cui vengono amministrati.
Due episodi dell’introduzione mostrano bene tanto il valore quanto la difficoltà di lavorare su eventi quasi contemporanei alla pubblicazione. Nel caso della scuola di Minab, il libro attribuisce la morte di «centosessanta bambine» a «mappe non aggiornate». A marzo The Washington Post riferiva che la scuola era entrata in una target list statunitense e che una prima indagine considerava fra le possibili spiegazioni dati obsoleti o un errore di intelligence, senza stabilire il ruolo causale dei sistemi AI.7 L’indagine dell’Associated Press pubblicata nel settembre 2026 ha successivamente rafforzato l’evidenza relativa all’impiego di un’arma statunitense, senza tuttavia chiudere la catena causale che dovrebbe collegare target selection, qualità dei dati, eventuale automazione e risultato finale.8 Per il lettore questo è un caso istruttivo: nelle operazioni contemporanee è spesso possibile stabilire progressivamente che cosa è avvenuto prima di poter stabilire con lo stesso grado di confidence perché è avvenuto.
Lo stesso principio di granularità aiuta a leggere il passaggio su Polymarket. Guerra profonda colloca «il 28 gennaio, nelle ore precedenti l’inizio delle ostilità» circa 500 milioni di dollari di scommesse sul possibile attacco all’Iran e afferma che sei scommettitori avrebbero raddoppiato il capitale. L’inizio delle ostilità considerate nel passaggio è però il 28 febbraio 2026, mentre i circa 529 milioni riportati pubblicamente rappresentavano il volume cumulato del relativo mercato e non una singola ondata di capitale investita immediatamente prima dell’attacco; sei account furono invece associati a circa 1,2 milioni di dollari di profitto da posizioni aperte poco prima dei raid.9 Resta molto interessante l’intuizione del libro: i prediction markets possono funzionare come sensori distribuiti delle aspettative e, in presenza di informazione privilegiata, perfino come indicatori indiretti di conoscenza anticipata. Per passare da questa funzione informativa all’affermazione che il mercato abbia causalmente modellato un evento geopolitico serve però un ulteriore livello di evidenza.
Metodo: come usare una sintesi costruita su fonti eterogenee
Di Corinto dichiara esplicitamente di ricorrere a letteratura grigia, articoli giornalistici, report di vendor, documenti istituzionali e altre fonti contemporanee perché molti dei fenomeni analizzati sono troppo recenti per essere coperti dalla sola letteratura scientifica.10 È una scelta coerente con l’obiettivo del volume: costruire una mappa aggiornata di fenomeni che evolvono più rapidamente dei normali cicli della pubblicazione accademica.
Per il lettore tecnico è però utile aggiungere una regola di metodo: fonti diverse permettono di sostenere proposizioni diverse. Un filing societario può documentare l’esistenza di un contratto senza dimostrare l’impiego del prodotto in una specifica operazione. Un report di vendor è una fonte primaria rispetto a ciò che il vendor dichiara di avere osservato, ma può richiedere conferma indipendente quando da quell’osservazione si voglia derivare una capacità generale. Una rivendicazione hacktivista dimostra l’esistenza della rivendicazione; l’effetto operativo richiede evidenza ulteriore. Un’attribuzione governativa documenta una posizione ufficiale anche quando una parte dell’intelligence sottostante rimane classificata.
Questa distinzione rende il libro particolarmente utile come punto di partenza. La lettura può procedere su tre livelli: la sintesi proposta da Di Corinto, il grado di evidenza disponibile per il singolo episodio e, quando necessario, la fonte primaria o specialistica che descrive il meccanismo tecnico, quantitativo o giuridico. Le sezioni successive seguono questa logica non per sostituire la narrazione del volume, ma per fornire al lettore un percorso di approfondimento.
Sovranità digitale, Big Tech e autonomia strategica
Il primo capitolo è una delle parti più solide del volume. Le cinque sottosezioni, Big Tech, rapporto fra Big State e Big Tech, frammentazione di Internet, autonomia strategica e minacce alla sovranità, costruiscono un argomento coerente: la sovranità digitale non consiste nel trasferire sul cyberspazio l’idea classica di confine territoriale, ma nel preservare capacità di decisione quando infrastrutture, dati e piattaforme sono gestiti da attori transnazionali.
Di Corinto descrive correttamente un rapporto fra Stati e grandi imprese tecnologiche che è al tempo stesso competitivo e cooperativo. I governi tentano di regolare piattaforme e mercati, ma dipendono da cloud, telecomunicazioni, servizi satellitari, cybersecurity e capacità computazionale fornite da imprese private. Le imprese, a loro volta, dipendono dagli Stati per diritto, accesso ai mercati, spettro, autorizzazioni, sicurezza fisica e politica industriale. Non è quindi utile rappresentare Big Tech e Big State come due sovranità semplicemente contrapposte: il potere nasce anche dalla loro interdipendenza.
La discussione sulla frammentazione è altrettanto convincente. Localizzazione dei dati, blocchi di piattaforme, controlli di rete, sanzioni, requisiti di sicurezza e giurisdizioni divergenti possono produrre forme di splinternet senza che Internet cessi tecnicamente di essere una rete interoperabile. La sovranità può quindi proteggere interessi legittimi e, allo stesso tempo, accelerare la frammentazione che pretende di governare.
Di Corinto evita inoltre una semplificazione importante: autonomia strategica non significa autarchia.11 Il punto è coerente con la prefazione di Baldoni e con la traiettoria europea: ridurre dipendenze critiche e aumentare capacità industriali non equivale a ricostruire internamente ogni componente dell’economia digitale.
Coordinate normative: tre precisazioni utili al lettore
Il capitolo offre una buona introduzione al nesso fra regolazione e sovranità digitale; per chi voglia utilizzare questa parte anche come riferimento normativo conviene soltanto annotare tre micro-correzioni terminologiche e cronologiche.
La Data Security Law cinese del 2021 viene indicata nel testo come Reiwa 3. Reiwa è la denominazione dell’era giapponese iniziata nel 2019 e non appartiene al titolo della legge cinese.12 Il passaggio appare quindi come un semplice refuso editoriale.
Analogamente, GDPR significa General Data Protection Regulation, non Global Data Protection Regulation,13 mentre l’acronimo NIS rinvia alla security of network and information systems e non a Network and Infrastructure Security.14 Sono dettagli che non modificano l’argomentazione, ma che vale la pena fissare correttamente perché costituiscono terminologia normativa ormai consolidata.
Infine, la trasposizione italiana della NIS2 non costituisce il primo caso europeo in senso cronologico: la Croazia aveva già pubblicato la propria legge di trasposizione nel febbraio 2024.15 Il caso italiano rimane comunque significativo per comprendere la crescente istituzionalizzazione della cybersecurity europea.
Una tesi da sviluppare: sovranità come libertà effettiva di scelta
Al di là delle precisazioni terminologiche, il primo capitolo sviluppa una delle intuizioni più importanti dell’intero libro: la sovranità digitale riguarda in ultima analisi la capacità di decidere. Di Corinto raccoglie definizioni differenti, alcune centrate sullo Stato, altre sui cittadini, sui dati o sulle infrastrutture, ma il loro denominatore comune è la possibilità di esercitare autonomia nel dominio digitale senza essere condizionati in modo determinante da soggetti che controllano tecnologie, piattaforme, dati o infrastrutture essenziali.16
In questa prospettiva, la sovranità non coincide semplicemente con la proprietà nazionale di un’infrastruttura e neppure con la possibilità giuridica di regolarla. Il richiamo di Di Corinto alla digital corporate sovereignty e al poietic power descritto da Luciano Floridi rende evidente il problema: una parte della capacità di progettare, produrre e mantenere l’ambiente digitale è concentrata in imprese private che non si limitano a fornire servizi, ma contribuiscono a determinare le condizioni entro cui Stati, organizzazioni e individui possono operare. Il potere regolatorio dello Stato rimane quindi necessario, ma può diventare insufficiente quando non è accompagnato da capacità tecnologiche, industriali e operative che rendano concretamente esercitabili le decisioni prese.
È particolarmente efficace, in questo senso, il problema che il capitolo descrive come quello del regolatore senza tecnologie. Un soggetto può formalmente stabilire regole sulla protezione dei dati, sulla sicurezza, sui mercati digitali o sull’intelligenza artificiale e rimanere tuttavia strutturalmente dipendente da infrastrutture, semiconduttori, piattaforme, cloud, software e competenze controllati altrove. La sovranità normativa e la sovranità tecnologica non sono quindi equivalenti: la prima determina ciò che dovrebbe essere possibile o consentito, mentre la seconda contribuisce a determinare quali alternative siano materialmente disponibili.
È qui che il concetto di autonomia strategica senza autarchia acquista il suo significato più interessante. L’obiettivo non può essere eliminare l’interdipendenza, perché lo stesso ecosistema digitale descritto dal libro è costruito attraverso supply chain, standard, infrastrutture e mercati globali. Né la sovranità può essere perseguita semplicemente frammentando Internet in domini nazionali, perché una parte del valore economico, politico e tecnico della rete deriva precisamente dalla sua interoperabilità globale. Il problema diventa allora governare l’interdipendenza in modo che essa non si trasformi in subordinazione.
Questa distinzione permette di leggere in modo unitario temi che nel capitolo possono apparire inizialmente differenti. La regolazione delle Big Tech, il controllo dei dati, le infrastrutture cloud, la cybersecurity, la capacità industriale europea, gli standard tecnologici, la disponibilità di competenze e il rischio di frammentazione di Internet riguardano tutti, in forme diverse, la stessa domanda: chi conserva la possibilità di scegliere quando gli interessi degli attori coinvolti cessano di coincidere? Una dipendenza è infatti strategicamente rilevante non soltanto quando il fornitore è ostile, ma quando può rendere impraticabile una decisione che il soggetto formalmente sovrano avrebbe altrimenti il diritto di prendere.
Da questo punto di vista, la sovranità digitale può essere letta come una proprietà graduata anziché binaria. Tra completa autosufficienza e dipendenza assoluta esiste un continuum determinato dalla disponibilità di alternative, dalla concentrazione dei fornitori, dal controllo sui dati e sulle chiavi, dalla possibilità di cambiare tecnologia, dalla disponibilità delle competenze necessarie e dal tempo richiesto per ricostituire una funzione. Un’organizzazione o uno Stato possono quindi essere formalmente liberi di cambiare una piattaforma e, contemporaneamente, non possedere alcuna alternativa esercitabile entro il tempo in cui quella scelta avrebbe valore.
Il capitolo non porta questa intuizione fino a una metrica della dipendenza, né sarebbe necessario aspettarselo da un volume che ha soprattutto una funzione di sintesi strategica. Offre però gli elementi concettuali per compiere quel passo: autonomia, controllo, capacità tecnologica, interdipendenza e possibilità di decisione. In questa lettura, la questione decisiva non è tanto chiedersi se una tecnologia sia europea, americana o cinese, quanto stabilire quali decisioni diventerebbero impossibili se quella tecnologia, il suo fornitore o l’ordinamento da cui dipende cessassero di cooperare.
È questo il collegamento più fertile con la seconda parte dell’articolo. Se la sovranità consiste nel preservare libertà d’azione all’interno di un sistema inevitabilmente interdipendente, allora la dipendenza deve poter essere descritta attraverso sostituibilità, reversibilità, controllo e tempo di uscita. La formalizzazione proposta più avanti come strategic dependency management non appartiene a Di Corinto, ma può essere considerata una prosecuzione operativa di una domanda che Guerra profonda formula con chiarezza: non come eliminare ogni dipendenza, bensì come evitare che una dipendenza tecnologica diventi potere esercitabile sulle nostre decisioni.
Cyberwar, disinformazione e minaccia ibrida
Il secondo capitolo è organizzato attorno a tre componenti: attacchi cibernetici, disinformazione e minaccia ibrida. La sua funzione nell’architettura del libro è importante perché prepara il passaggio dalla sovranità alla conflittualità: se la capacità politica dipende dall’infrastruttura digitale, allora l’attacco alla rete, all’informazione o alla supply chain può diventare un mezzo di pressione strategica.
Di Corinto tratta correttamente il panorama cyber come un insieme nel quale criminalità, spionaggio, sabotaggio, hacktivismo e attività statali possono utilizzare strumenti in parte sovrapposti. È inoltre metodologicamente utile la cautela con cui confronta statistiche provenienti da ACN, Clusit e vendor: visibilità, tassonomie, popolazioni osservate e criteri di classificazione differenti possono produrre numeri apparentemente incompatibili senza che uno dei dataset sia necessariamente sbagliato.17 È un punto che dovrebbe essere applicato con la stessa disciplina anche ad altre parti del volume.
La sezione sulla disinformazione evita inoltre una forma di presentismo tecnologico. Propaganda, falsificazione e operazioni psicologiche precedono Internet; social network, advertising, automazione e AI ne modificano scala, velocità, precisione di targeting e costo. Le distinzioni fra misinformation, disinformation e malinformation sono utili proprio perché separano falsità, intenzione e uso dannoso di contenuti anche veri.
È convincente anche l’inclusione del blackout globale prodotto dall’aggiornamento difettoso di CrowdStrike nel luglio 2024 nella discussione sulle dipendenze sistemiche. Un evento del genere non è cyberwar, e proprio per questo è analiticamente prezioso: dimostra che un effetto strategico dell’infrastruttura digitale non richiede necessariamente un avversario. Lo stesso punto vale per cloud, DNS, identity provider o librerie condivise.
Gerasimov: distinguere il testo del 2013 dalla sua ricezione occidentale
Il richiamo a Valery Gerasimov offre al lettore un buon accesso al dibattito sulla guerra ibrida, ma è utile distinguere il testo originario del 2013 dalla successiva etichetta di dottrina Gerasimov. Gerasimov rifletteva sul mutamento delle forme di guerra e sul crescente peso degli strumenti non militari; non stava promulgando una dottrina formalmente denominata in quel modo.18
La distinzione è soprattutto storiografica. Charles Bartles ha mostrato quanto la terminologia militare russa possa essere deformata quando viene ricondotta direttamente a categorie occidentali, mentre Mark Galeotti, che contribuì alla diffusione dell’espressione, ne ha successivamente sottolineato il carattere fuorviante.19 Per il lettore di Guerra profonda il punto più utile da conservare è quindi il fenomeno sostanziale: l’integrazione di strumenti militari, informativi, economici, politici e cyber è reale anche senza postulare una singola dottrina Gerasimov capace di spiegare ogni attività russa. Questa distinzione rende anzi più robusta la successiva analisi degli attori state-sponsored, state-aligned e opportunistici.
Quantum computing e linguaggio della capacità
Il capitolo affronta anche l’effetto futuro del quantum computing sulla crittografia. La direzione del rischio è corretta: algoritmi come Shor renderebbero vulnerabili molti schemi a chiave pubblica se fossero disponibili computer quantistici fault-tolerant di scala crittograficamente rilevante. La migrazione alla post-quantum cryptography è quindi un problema presente perché dati cifrati oggi possono essere conservati per essere decifrati in futuro.
Il linguaggio deve però mantenere distinta capacità teorica da capacità operativa attuale. L’esistenza di algoritmi quantistici e di prototipi hardware non significa che gli avversari dispongano oggi di macchine in grado di rompere su larga scala RSA o ECC impiegati correttamente. Il rischio è strategicamente reale proprio perché la migrazione delle infrastrutture crittografiche richiede anni, non perché la rottura generalizzata sia già una capacità operativa.
Il capitolo raggiunge quindi il proprio obiettivo: mostrare che attacco cyber, disinformazione e pressione non cinetica possono essere combinati. Il limite compare quando ibrido rischia di diventare una spiegazione totale. La coesistenza di strumenti diversi non prova da sola che tutti appartengano a un unico piano, né che attori diversi rispondano alla stessa catena di comando.
Intelligenza artificiale: capacità, vulnerabilità e guerra algoritmica
Il terzo capitolo attraversa cinque temi che meritano di essere mantenuti distinti: storia dell’AI, empatia artificiale, attacchi ai sistemi AI, uso offensivo e difensivo dell’AI nella cyberwar e impiego dell’AI contro esseri umani attraverso targeting, profiling e manipolazione informativa. Nel complesso, la direzione strategica è più solida della spiegazione tecnica.
Dall’AI simbolica ai foundation models: tre genealogie da separare
La sintesi storica proposta dal capitolo offre un buon punto di ingresso all’AI contemporanea; il lettore interessato al meccanismo degli LLM può però separare tre passaggi che nel racconto vengono avvicinati. Di Corinto collega infatti il foundation model alla base di ChatGPT a sistemi sviluppati per la traduzione e alla capacità di «indovinare la parola mancante».20
Il Transformer introdotto da Vaswani e colleghi nel 2017 fu effettivamente presentato come architettura di sequence transduction e valutato soprattutto su compiti di machine translation.21 La famiglia GPT seguì però un paradigma differente: il primo GPT di OpenAI impiegava pre-training autoregressivo, modellando il token successivo in funzione del contesto precedente.22 Il masked-language modeling, nel quale alcuni token vengono nascosti e ricostruiti utilizzando il contesto bidirezionale, è invece caratteristico di BERT.23
Per il lettore tecnico, una genealogia più utile è quindi Transformer → modelli decoder-only autoregressivi della famiglia GPT → scaling del pre-training → instruction tuning e altre forme di post-training → sistemi conversazionali e tool-using. La distinzione non cambia il ruolo strategico attribuito dal libro agli LLM, ma permette di comprendere quali capacità derivino dall’architettura, quali dall’obiettivo di training e quali dal sistema costruito attorno al modello.
Nello stesso spirito va letto come semplice refuso il passaggio che associa Sundar Pichai a Microsoft: Pichai è amministratore delegato di Google e Alphabet.24
Stochastic parrots: probabilità, sampling e significato della metafora
Anche la fortunata metafora degli stochastic parrots merita un secondo livello di lettura. Il lavoro di Bender, Gebru, McMillan-Major e Mitchell non descrive gli LLM come macchine che rispondono semplicemente a caso; discute invece scala dei modelli, provenienza e documentazione dei dataset, bias, costi ambientali e sociali e, soprattutto, il rapporto fra manipolazione statistica delle forme linguistiche e significato.25
In termini tecnici, stocastico indica la presenza di una distribuzione probabilistica, non l’assenza di struttura. Il modello produce distribuzioni sui token; il processo di decoding può poi essere deterministico oppure utilizzare sampling, temperature, top-k, top-p o altre strategie. È una distinzione utile anche per il resto del libro: capire la guerra algoritmica richiede infatti di distinguere il modello probabilistico, la procedura con cui viene interrogato e l’autorità operativa concessa al sistema che lo incorpora.
Empatia artificiale, sycophancy e dipendenza cognitiva
La sottosezione sull’empatia artificiale individua invece un rischio reale: sistemi conversazionali ottimizzati per essere utili, coinvolgenti e socialmente fluidi possono simulare comprensione, accordo e vicinanza senza possedere stati mentali corrispondenti. Il problema non richiede antropomorfizzare il modello. È sufficiente osservare che l’interfaccia può modificare fiducia, disclosure e propensione a delegare.
La conseguenza più robusta non è che l’AI provi empatia, ma che l’utente possa attribuirle proprietà sociali e modificare il proprio comportamento in risposta. Sycophancy, eccessiva deferenza e conferma dell’utente sono quindi problemi di interaction design e model behavior, non prove di intenzione della macchina.
Hackerare l’AI: modello, dati, tool e deployment
La parte dedicata agli attacchi contro l’AI è utile perché amplia la sicurezza oltre il modello. Prompt injection, manipolazione degli input, data poisoning, furto di modelli, abuso degli strumenti collegati e vulnerabilità della supply chain producono superfici differenti. Un LLM isolato che genera testo è un oggetto diverso dallo stesso modello inserito in un agente dotato di shell, repository, API, identità e credenziali.
Il libro tende però a rendere troppo categorica la relazione fra uso di servizi AI commerciali e perdita di dati. Inserire informazioni sensibili in un sistema esterno può generare esposizione, retention o trattamento incompatibile con le policy aziendali; non è corretto assumere che ogni dato digitato venga universalmente e immediatamente incorporato nel training o esfiltrato. Le condizioni dipendono dal prodotto, dal contratto, dalle configurazioni, dalla retention e dal modello di servizio.
Anche nomi come WormGPT o FraudGPT devono essere trattati per ciò che documentano: ecosistemi criminali, branding e tentativi di abbassare la barriera all’abuso. Non sono, da soli, misure indipendenti della sofisticazione tecnica del modello sottostante.
AI e cyber operations: la direzione è confermata, ma la fonte conta
Gli sviluppi successivi al nucleo storico del capitolo rafforzano la tesi generale di Di Corinto. Nel 2025 DARPA ha concluso l’AI Cyber Challenge dimostrando sistemi autonomi capaci di individuare e correggere vulnerabilità in software open source; Team Atlanta ha vinto la competizione.26 Anthropic ha inoltre dichiarato di avere interrotto nel 2025 una campagna di cyberespionage nella quale, secondo la propria valutazione, un gruppo state-sponsored cinese avrebbe delegato a Claude una quota molto elevata dell’esecuzione.27
Queste evidenze vanno però qualificate. Nel secondo caso siamo davanti a una vendor assessment: è Anthropic a identificare l’attività, attribuire l’attore e stimare la percentuale di azioni eseguite dal modello. È una fonte primaria per ciò che Anthropic dichiara di avere osservato, non una replica indipendente dell’intera attribuzione.
Lo stesso vale per Claude Mythos Preview e Project Glasswing nel 2026. Anthropic ha riportato migliaia di vulnerabilità ad alta severità individuate dal proprio modello e ha avviato un’iniziativa con aziende e manutentori per verificare e correggere i risultati.28 Il dato è importante, ma deve essere presentato come risultato e valutazione del vendor, non come prova universale che qualsiasi agente AI sia già equivalente ai migliori specialisti offensivi in condizioni operative.
AI contro gli esseri umani
La parte finale del capitolo collega AI, targeting, profiling, deepfake e propaganda. È una transizione necessaria verso la guerra cognitiva e i case study successivi. Il rischio metodologico consiste nel passare troppo rapidamente da output osservato a meccanismo causale. Se un chatbot ripete una narrativa proveniente da una rete di siti coordinati, questo può dimostrare esposizione attraverso search, retrieval o contenuti disponibili sul web; non dimostra automaticamente che il training set di ogni modello sia stato avvelenato.
Nel complesso, il capitolo individua bene la direzione strategica dell’AI; alcune spiegazioni tecniche richiedono però una maggiore distinzione fra architetture, paradigmi di training e modalità operative, perché il meccanismo attraverso cui una tecnologia produce un effetto è parte essenziale della sua comprensione.
Guerra cognitiva: persuasione, propaganda e neurotecnologie
Il quarto capitolo allarga il bersaglio dall’infrastruttura alla cognizione. Le sue cinque sottosezioni coprono guerra cognitiva, tecnologie della persuasione, neuro-hacking, propaganda e propaganda computazionale. Il filo unitario è plausibile: la competizione non mira soltanto a rendere indisponibile un sistema, ma può tentare di modificare percezioni, interpretazioni e decisioni.
NATO Allied Command Transformation descrive la cognitive warfare come uso deliberato e sincronizzato di attività militari e non militari finalizzate a ottenere, mantenere o proteggere un vantaggio cognitivo.29 Il richiamo di Di Corinto è quindi fondato, purché la categoria non venga trattata come prova che ogni attività di persuasione costituisca già un’operazione militare.
Bias e tecnologie della persuasione
La discussione su bias, euristiche e captology è utile perché spiega perché l’informazione non agisce su un decisore perfettamente razionale. La persuasione digitale sfrutta interfacce, ripetizione, framing, segnali sociali e architetture di scelta. Il contributo storico di B. J. Fogg e della captology aiuta a collegare persuasive technology e design delle piattaforme senza inventare una cesura assoluta con la propaganda precedente al web.
Serve però una distinzione causale. Engagement non equivale a persuasione. Una campagna può generare visualizzazioni, condivisioni o commenti senza modificare credenze o comportamento; per sostenere quest’ultima conclusione occorrono disegni empirici capaci di isolare l’effetto.
Hacking cerebrale: distinguere ricerca, capacità clinica e threat modeling
Questa è una delle sezioni in cui la natura divulgativa del volume può essere utilmente completata con una scala di maturità tecnologica. Di Corinto qualifica esplicitamente alcuni scenari di neuro-hacking, inclusa l’induzione di false memorie, come teorici o futuri.30 Il tema va quindi letto soprattutto come anticipazione di una futura superficie di rischio.
La precisazione riguarda il livello di maturità delle capacità richiamate quando il testo parla di microchip cerebrali in grado di «salvare i ricordi», amplificarli o cancellarli selettivamente.31 Le implantable brain-computer interfaces oggi documentate in ambito clinico riguardano soprattutto decodifica dell’attività neurale, comunicazione assistita, controllo motorio e applicazioni sensoriali o riabilitative; non equivalgono ancora a una tecnologia generale per memorizzare, riscrivere o cancellare selettivamente ricordi autobiografici.32
Questo rende il passaggio particolarmente interessante come esercizio di anticipatory threat modeling. Anche prima dell’esistenza di una capacità matura di manipolazione della memoria, neurodati, telemetria, firmware, canali wireless, autenticazione, integrità del segnale e aggiornamenti introducono problemi concreti di confidentiality, integrity, safety e autonomia personale. La Recommendation on the Ethics of Neurotechnology adottata dall’UNESCO nel 2025 offre al lettore un naturale punto di prosecuzione su autonomia, integrità mentale e governance dei neurodati.33 Il valore della sezione consiste quindi meno nel descrivere una capacità offensiva già dispiegabile che nell’indicare in anticipo una futura superficie socio-tecnica di sicurezza.
Propaganda e propaganda computazionale
Le sezioni sulla propaganda ricostruiscono correttamente una continuità storica: la manipolazione dell’informazione precede i social network, mentre automazione, profilazione e sistemi di raccomandazione ne alterano costo e distribuzione. Troll farm, bot, coordinamento inautentico e operazioni dell’Internet Research Agency mostrano come infrastruttura digitale e organizzazione politica possano combinarsi.
Il limite rimane lo stesso: presenza di bot, reach o volume di contenuti dimostrano attività, non necessariamente l’effetto persuasivo. Questa distinzione diventerà centrale nella successiva teoria della misura.
Nel complesso, il capitolo funziona bene quando descrive la cognizione come superficie di competizione e quando collega persuasione, piattaforme e automazione. Il lettore interessato alle neurotecnologie beneficia però della distinzione introdotta sopra fra capacità cliniche già dimostrate, ricerca sperimentale e scenari anticipatori: è su questa scala di maturità che le possibilità richiamate dal libro acquistano il loro significato tecnico.
Hacktivismo: dal sabotaggio culturale alla guerra algoritmica
Il quinto capitolo è uno dei più importanti del libro e merita una valutazione autonoma. Una lettura completa mostra infatti che Di Corinto non tratta l’hacktivismo come semplice appendice della cyberwar, ma ne costruisce una vera genealogia politica, culturale e tecnologica.
Dalla culture jamming al netstrike
Le prime sottosezioni ricostruiscono il passaggio da culture jamming e pratiche di controinformazione alle forme di protesta digitale degli anni Novanta e Duemila. Electronic Disturbance Theater, netstrike, movimenti NoGlobal, Indymedia, WikiLeaks, Occupy, Anonymous e mobilitazioni legate alla Primavera araba compongono un percorso nel quale la rete è prima di tutto spazio di espressione, coordinamento e conflitto simbolico.34
Questo contesto è essenziale perché impedisce di leggere ogni DDoS politico contemporaneo come semplice versione minore di una cyber operation militare. Storicamente, molte forme di hacktivismo erano progettate come azioni dimostrative, reversibili e comunicative: l’effetto tecnico era spesso mezzo per occupare l’agenda, non fine distruttivo.
Di Corinto mostra poi una trasformazione: soprattutto dopo il 2022, parti dell’ecosistema hacktivista diventano più strutturate, geopoliticamente allineate, orientate alla reputazione, alla monetizzazione e alla cooperazione con comunità di attori che operano vicino agli Stati. Questo non significa che l’hacktivismo classico scompaia; significa che la categoria contiene oggi soggetti con motivazioni, capacità e rapporti istituzionali molto differenti.
Infowar, netwar e cyberwar
Un merito del capitolo è che Di Corinto distingue concettualmente infowar, netwar e cyberwar.35 Non sarebbe quindi corretto accusarlo di usare le espressioni come sinonimi. La tensione emerge piuttosto fra le definizioni discrete e gli ecosistemi descritti successivamente: un gruppo può iniziare con attività comunicative, rivendicare DDoS, collaborare con operatori più sofisticati e muoversi fra propaganda, accesso iniziale e sabotaggio.
La definizione secondo cui la cyberwar sarebbe «per definizione» appannaggio degli Stati è invece troppo rigida se interpretata come affermazione tecnica. Soggetti non statali possono eseguire operazioni con caratteristiche tecniche comparabili; ciò che cambia è il contesto strategico, l’attribuzione, la responsabilità e, eventualmente, la qualificazione giuridica della condotta.
Perception hacking e occupazione dell’agenda
La parte più originale del capitolo riguarda il perception hacking: il successo di un’operazione può dipendere dalla percezione dell’effetto più che dall’effetto tecnico. Graphika ha censito centinaia di gruppi hacktivisti attivi o inattivi emersi o mobilitati dopo il 2022 e sottolineato dinamiche di branding, alleanze, rivendicazioni e ricerca di attenzione.36
I dati ENISA per il 2025 mostrano perché frequenza e impatto debbano essere separati. Una quota molto elevata degli incidenti osservati risultava associata ad hacktivismo e i DDoS dominavano numericamente, ma soltanto una piccola frazione degli incidenti hacktivisti produceva una vera interruzione del servizio.37 Il dato non rende gli attacchi irrilevanti: mostra che il loro valore può essere politico, reputazionale e comunicativo più che distruttivo.
L’operazione Eastwood del 2025 contro NoName057(16) conferma inoltre la crescente strutturazione transnazionale di alcune reti pro-russe.38 Il fatto che Europol e partner abbiano smantellato infrastrutture e identificato partecipanti documenta organizzazione e attività; non prova da solo una catena di comando statale russa.
Tallinn e il CCDCOE: dalla crisi estone all’istituzionalizzazione della cyber defence
Il richiamo del volume agli attacchi contro l’Estonia del 2007 permette di aggiungere una precisazione storica utile. Il nesso fra quella crisi e il Cooperative Cyber Defence Centre of Excellence di Tallinn è reale, ma non coincide con una fondazione decisa interamente dopo gli attacchi: l’Estonia aveva proposto alla NATO un cyber defence centre of excellence già nel 2004, il concept era stato approvato dal Supreme Allied Commander Transformation nel 2006, gli attacchi del 2007 agirono da importante wake-up call e il CCDCOE fu poi costituito e accreditato nel 2008.39
Anche lo status istituzionale merita precisione. Il CCDCOE è un NATO-accredited Centre of Excellence, sostenuto e finanziato dai Paesi partecipanti, ma non appartiene alla NATO Command Structure.40 Per chi voglia proseguire dal racconto storico del libro verso il diritto delle operazioni cyber, il passo successivo naturale è il Tallinn Manual: un progetto avviato dal CCDCOE nel 2009 e sviluppato da gruppi internazionali di esperti come studio accademico non vincolante sull’applicazione del diritto internazionale alle operazioni cyber.41
Questa estensione si integra bene con il giudizio sul capitolo. La storia dell’hacktivismo permette infatti al volume di mostrare che la progressiva istituzionalizzazione della cyber defence non cancella la dimensione politica e culturale dell’attivismo: protesta, propaganda, opportunismo, criminalità, capacità tecniche e allineamento geopolitico possono sovrapporsi senza diventare categorie equivalenti.
Russia-Ucraina: il primo banco di prova della guerra algoritmica
Il sesto capitolo è il primo vero test empirico della sintesi sviluppata fino a questo punto. Le quattro sottosezioni collegano psy-ops e cyber operations, gruppi pro-russi, strutture para-militari dell’hacktivismo e caso italiano di NoName057(16). La domanda implicita è se infrastrutture digitali, attori distribuiti, propaganda e operazioni statali possano realmente essere osservati nello stesso conflitto.
La risposta è sì, ma con una precisazione: coesistenza e integrazione non sono equivalenti a un’unica catena causale.
Dal 2014 al 2022
La decisione di non fare iniziare la cyberwar russo-ucraina nel febbraio 2022 è corretta. Gli attacchi alla rete elettrica ucraina del 2015 e 2016, NotPetya, campagne di disinformazione e altre operazioni precedono l’invasione su larga scala. Questo contesto rende l’Ucraina un laboratorio di competizione cyber molto prima dell’offensiva del 2022.
Il libro usa però ripetutamente formule come «invasione del Donbass ucraino» iniziata nel febbraio 2022. Per mantenere distinta la cronologia delle diverse fasi del conflitto, è più preciso ricordare che la Russia aveva già occupato la Crimea e sostenuto militarmente le forze separatiste nel Donbas dal 2014; il 24 febbraio 2022 iniziò invece un’invasione su larga scala dell’Ucraina, condotta su più assi e non limitata al Donbas.
WannaCry e NotPetya: distinguere parentela tecnica e genealogia della campagna
Il volume ricostruisce in altri passaggi il rapporto di NotPetya con Petya, ma contiene anche una frase che definisce NotPetya «una diversa versione di WannaCry». È una buona occasione per distinguere riuso di una tecnica e genealogia del malware. WannaCry e NotPetya appartengono infatti a campagne differenti: condivisero l’impiego di EternalBlue contro sistemi Windows vulnerabili, mentre NotPetya utilizzò anche ulteriori meccanismi di movimento laterale e fu inizialmente distribuito attraverso la compromissione della supply chain del software contabile ucraino M.E.Doc.42
Per il lettore tecnico la formulazione più precisa è quindi che NotPetya riutilizzò, fra altri meccanismi, una vulnerabilità resa celebre poche settimane prima da WannaCry, ma all’interno di una catena di compromissione, propagazione e impatto differente. La distinzione è utile anche metodologicamente: due campagne possono condividere exploit o primitive tecniche senza essere varianti l’una dell’altra.
SolarWinds: distinguere esposizione, installazione e compromissione
Nella genealogia delle grandi operazioni cyber, il libro afferma inoltre che gli aggressori SolarWinds avrebbero ottenuto una backdoor nella rete di ogni cliente che aggiornava Orion, «circa 38mila» nel mondo.43 I filing ufficiali SolarWinds mostrano una granularità diversa. Nel dicembre 2020 la società comunicò con circa 33.000 clienti Orion con manutenzione attiva e stimò in meno di 18.000 il numero massimo di clienti che potevano avere installato versioni contenenti la vulnerabilità.44 Successivamente precisò che il numero includeva anche download non necessariamente installati o sistemi incapaci di comunicare con l’infrastruttura dell’attaccante; i casi di comunicazione osservata con command-and-control erano molto inferiori.
Il caso è utile per distinguere livelli che, nella lettura di una campagna cyber, non sono equivalenti: cliente contattato, download, installazione, esecuzione, beaconing e post-exploitation descrivono popolazioni e stadi differenti. Mantenere questa granularità permette di comprendere meglio la progressione effettiva dell’operazione e la sua portata.
Da Viasat a Starlink: la connettività satellitare come capacità militare
L’attacco a KA-SAT acquista un significato ancora maggiore se letto insieme a ciò che avvenne immediatamente dopo. Di Corinto ricorda, già nel capitolo dedicato alle minacce alla sovranità digitale, che Elon Musk mise Starlink a disposizione dell’Ucraina per consentire al Paese di mantenere l’accesso a Internet mentre infrastrutture terrestri e satellitari erano sottoposte ad attacco. I due episodi formano quasi un esperimento naturale sulla natura della guerra contemporanea: una capacità di comunicazione viene degradata attraverso un’operazione cyber e un’infrastruttura commerciale privata concorre a ricostituirla attraverso una tecnologia differente.
Starlink è importante non semplicemente perché fornisce accesso a Internet, ma perché una costellazione LEO distribuita, accompagnata da terminali relativamente piccoli e rapidamente dispiegabili, modifica la resilienza della funzione di comunicazione. Distruggere una dorsale terrestre, compromettere un gateway o rendere indisponibile una rete cellulare non equivale più necessariamente a isolare un’unità, una città o una struttura operativa se esiste un percorso alternativo verso una costellazione satellitare. La resilienza deriva quindi non dall’invulnerabilità della singola infrastruttura, ma dalla possibilità di ricostituire la funzione attraverso un’architettura differente.
È precisamente qui che il caso ucraino si collega alla tesi sulla sovranità sviluppata nella prima parte del libro. La capacità strategica resa disponibile da Starlink appartiene a un’impresa privata americana e rimane tecnicamente dipendente da infrastruttura, terminali, software, aggiornamenti, policy e decisioni operative controllate dal provider. Il caso rende quindi concreta una distinzione fondamentale: disporre di una capacità e controllare la capacità non sono necessariamente la stessa cosa. Una tecnologia commerciale può aumentare enormemente l’autonomia operativa rispetto all’avversario e, nello stesso momento, creare una nuova dipendenza nei confronti del soggetto che la fornisce.
Questa tensione diventa particolarmente rilevante per l’Europa. Sarebbe ormai impreciso affermare che il continente non disponga di infrastrutture LEO: Eutelsat OneWeb opera una costellazione di oltre seicento satelliti a bassa orbita e costituisce una capacità europea già disponibile,45 mentre EU GOVSATCOM fornisce dal 2026 servizi di comunicazione satellitare governativa sicura attraverso il pooling delle capacità degli Stati membri.46 L’Unione sta inoltre sviluppando IRIS² come infrastruttura multi-orbita per la connettività sicura e sovrana.47
Il gap europeo va quindi formulato in termini di capacità operativa comparabile, non di semplice presenza o assenza di satelliti. Nel 2026 l’Europa non dispone ancora di un sistema sovrano che combini alla scala dimostrata da Starlink una grande costellazione LEO, capacità disponibile, terminali rapidamente dispiegabili, integrazione del servizio end-to-end e maturità operativa provata in un conflitto ad alta intensità. GOVSATCOM rappresenta un primo livello di capacità sovrana e IRIS² mira precisamente a ridurre questa dipendenza, ma la Commissione colloca ancora nel 2029 una prima versione semplificata di IRIS².48
Il caso permette così di precisare una delle tesi più importanti di Guerra profonda: la sovranità tecnologica non si misura contando gli asset posseduti, ma chiedendosi quale capacità rimanga disponibile durante una crisi, chi ne controlli l’erogazione e se esista un’alternativa esercitabile quando il provider, l’infrastruttura o il contesto politico cambiano. Viasat mostra come una dipendenza possa essere attaccata; Starlink mostra come una dipendenza alternativa possa ripristinare la funzione; la questione europea consiste nel trasformare questa alternativa da disponibilità contingente di un provider esterno a capacità strategica sulla quale sia possibile esercitare assured access.
IT Army, Killnet e NoName057(16)
Il capitolo descrive anche la mobilitazione digitale ucraina e l’ecosistema pro-russo. L’IT Army of Ukraine rappresenta una forma particolarmente esplicita di mobilitazione digitale promossa pubblicamente da esponenti governativi. Sul lato russo, Killnet, Legion, NoName057(16) e altri soggetti mostrano strutture, incentivi e relazioni molto più eterogenee.
È importante riconoscere che Di Corinto non identifica automaticamente ogni gruppo filo-russo con un’unità comandata dal Cremlino. Il libro richiama anche l’idea dei political entrepreneurs: soggetti capaci di anticipare o assecondare interessi governativi senza bisogno di ordini espliciti.49 Il problema si presenta soltanto quando alcune frasi narrative passano da allineamento o sfruttamento politico a un rapporto operativo più forte di quello dimostrato.
Il caso NoName057(16) in Italia completa bene l’argomento sul perception hacking. Rivendicazioni riprese dai media possono produrre un effetto reputazionale sproporzionato rispetto alla durata reale del DDoS. L’attaccante non ha quindi sempre bisogno di negare a lungo una funzione: può tentare di far percepire al pubblico che la funzione sia stata compromessa.
L’Ucraina conferma così la tesi della guerra algoritmica, ma in una forma meno deterministica: cyber operations, satelliti, software, piattaforme, intelligence e attori civili modificano il conflitto; non sostituiscono artiglieria, logistica, difesa aerea, industria, personale e capacità di rigenerare le forze.
Israele-Hamas e Iran: AI, propaganda, cyber operations e attribuzione
Il settimo capitolo è quello in cui la tesi del libro si avvicina maggiormente alla catena decisionale militare. Le cinque sottosezioni coprono cyberguerra nel conflitto Israele-Hamas, attori pro-palestinesi e pro-israeliani, propaganda, ruolo di Big Tech e successivo confronto Israele-Iran. La sezione è ricca, ma proprio per questo richiede la massima disciplina nell’attribuzione.
Attacchi informatici e operazioni di influenza
Di Corinto documenta il rapido emergere, dopo il 7 ottobre 2023, di gruppi hacktivisti, DDoS, defacement, leak e operazioni informative sui due fronti. La ricostruzione è coerente con il modello sviluppato nel capitolo precedente: molti gruppi competono tanto per la visibilità quanto per l’effetto tecnico e le rivendicazioni devono essere separate dagli impatti confermati.
La parte sulla propaganda è altrettanto importante. Hamas, attori filo-palestinesi, governo e apparati israeliani, influencer e reti di account utilizzano immagini, video, framing, campagne coordinate e, progressivamente, contenuti sintetici. L’AI abbassa il costo della produzione, ma non rende nuova la logica della propaganda.
Il libro adotta in questa sezione anche categorie normative e giuridiche fortemente controverse, comprese formulazioni relative a apartheid e genocidio, spesso richiamando interventi della relatrice speciale ONU Francesca Albanese e altri documenti.50 Una recensione tecnica deve mantenere distinti questi livelli: si può verificare il contenuto delle fonti citate e l’esistenza delle accuse o valutazioni giuridiche senza trasformarle automaticamente in una sentenza definitiva sull’intero conflitto.
Big Tech, cloud e Corte penale internazionale
La tesi secondo cui piattaforme e fornitori cloud possano diventare infrastrutture politicamente sensibili trova un caso concreto nella vicenda dell’account Microsoft del procuratore della Corte penale internazionale Karim Khan. L’Associated Press ha documentato che le sanzioni statunitensi produssero, fra gli altri effetti, la perdita di accesso alla posta Microsoft di Khan.51 Microsoft ha però precisato di non avere interrotto i servizi alla Corte come istituzione e di avere disconnesso il singolo funzionario sanzionato attraverso il proprio processo di compliance.52
La differenza conta. L’episodio dimostra concretamente che la dipendenza da un provider può interagire con sanzioni e giurisdizione; non giustifica la generalizzazione secondo cui «la posta dei procuratori della Corte» sarebbe stata nel complesso resa inaccessibile.
Lavender: un esercizio di disciplina sui denominatori
Lavender è uno dei casi più utili del libro per mostrare quanto la guerra algoritmica richieda anche una corretta interpretazione delle metriche. Di Corinto collega un tasso di errore del 10% ai «37mila palestinesi uccisi nei primi quattro giorni», ricavandone l’ipotesi che circa 3.700 persone potessero essere estranee agli obiettivi.53 Nell’inchiesta originaria di +972 Magazine e Local Call, tuttavia, i circa 37.000 indicavano i soggetti che Lavender avrebbe classificato, in una fase della guerra, come sospetti militanti o potenziali target.54
La distinzione è tecnicamente importante perché introduce una pipeline che conviene mantenere esplicita:
popolazione osservata → classificazione → selezione del target → eventuale validazione umana → decisione di attacco → esecuzione → effetti prodotti.
Un errore stimato nello stadio di classificazione non può essere trasformato direttamente in una statistica sulle vittime senza conoscere ground truth, soglie decisionali, precision e recall del sistema, distribuzione degli errori, intervento umano, probabilità che un soggetto classificato venga effettivamente selezionato e risultati dell’attacco. Questo non attenua il problema etico o militare: permette di formularlo in modo analiticamente corretto.
Anche la descrizione di Lavender come sistema di riconoscimento facciale può essere affinata. Le ricostruzioni pubbliche lo presentano come un sistema di classificazione che utilizza molteplici segnali e pattern; la face recognition appartiene ad altre componenti dell’ecosistema di sorveglianza e targeting. Per il lettore interessato all’AI militare, distinguere identificazione biometrica, entity resolution, pattern recognition, ranking e target recommendation è essenziale perché ciascuna funzione produce errori differenti.
Palantir: distinguere presenza infrastrutturale, impiego operativo e causalità
Il caso Palantir offre una seconda lezione metodologica. È direttamente documentato che l’azienda abbia una partnership strategica con il Ministero della Difesa israeliano per fornire tecnologia a sostegno delle operazioni in corso.55 Questo dato rende pienamente pertinente l’interesse del libro per il ruolo delle piattaforme private nella guerra contemporanea.
Per attribuire a quella tecnologia un ruolo in una specifica operazione, tuttavia, occorre un livello ulteriore di evidenza. Nel caso dei pager di Hezbollah, le ricostruzioni pubbliche descrivono una compromissione della supply chain fisica, dispositivi modificati, esplosivo occultato e una struttura commerciale predisposta per indurre Hezbollah ad adottarli.56 Unit 8200 compare nel contesto dell’operazione, mentre le fonti pubbliche considerate non stabiliscono che Palantir o un sistema AI costituissero il meccanismo necessario della detonazione.57
Una scala di evidenza utile anche oltre questo caso è quindi:
- presenza: il fornitore opera nell’ecosistema considerato;
- impiego: un prodotto o servizio è documentato nella specifica operazione;
- funzione: è noto quale compito abbia svolto;
- causalità: esiste evidenza che quella funzione sia stata materialmente necessaria o determinante per il risultato.
Il contributo di Guerra profonda è portare l’attenzione sul primo problema, la presenza strutturale di piattaforme private nelle capacità militari. Questa scala consente al lettore tecnico di proseguire l’analisi senza confondere i diversi livelli di attribuzione.
Iran-Israele 2025: cronologia e ruoli
Nella sottosezione sulla guerra Israele-Iran sono utili due precisazioni, una cronologica e una relativa alla struttura della Quds Force. Il libro data al 12 giugno 2025 l’inizio dell’operazione israeliana. L’IAEA indica invece che gli attacchi israeliani alle strutture nucleari iraniane iniziarono il 13 giugno 2025 e proseguirono fino al 24 giugno.58
Di Corinto definisce inoltre Saeed Izadi «il comandante della forza Quds». Reuters, riportando l’annuncio israeliano della sua uccisione, lo identifica come responsabile della Palestine Corps/unit all’interno della Quds Force, non come comandante dell’intera Forza Quds.59
Sono errori circoscritti, ma rilevanti in una sezione che utilizza ruoli organizzativi e cronologia come elementi della ricostruzione.
Attori iraniani: il libro conserva la gradualità
Va riconosciuto qui un merito metodologico. Di Corinto distingue esplicitamente attori debolmente affiliati, gruppi più strutturati e allineati all’IRGC e soggetti pienamente state-sponsored.60 Il volume conserva quindi concettualmente la distinzione fra state-aligned e state-controlled; la cautela necessaria consiste nel mantenere lo stesso grado di granularità anche nell’interpretazione dei singoli episodi.
Nel complesso, il capitolo è uno dei più interessanti del libro perché rende visibile l’ingresso di data fusion, classificazione automatizzata, piattaforme commerciali e infrastrutture private nelle catene militari. È anche il capitolo che mostra meglio quanto sia difficile passare dalla presenza della tecnologia alla prova del suo ruolo causale.
Idee per il futuro: dalle proposte di Di Corinto alla loro traduzione operativa
L’ottavo capitolo impedisce di leggere Guerra profonda come una diagnosi senza proposta. Di Corinto formula un’agenda riconoscibile: infrastrutture più aperte e interoperabili, decentralizzazione, autonomia europea, educazione digitale, pre-bunking, capacità pubbliche contro le minacce informative, una possibile protezione civile cibernetica, modelli AI locali e open source, rafforzamento dell’Internet Governance Forum e maggiore cooperazione internazionale contro ransomware e attacchi alle infrastrutture critiche.61
Infrastrutture aperte, decentralizzazione e autonomia
L’idea più coerente con il resto del libro è che autonomia e resilienza richiedano architetture meno dipendenti da singoli punti di controllo. Open source e interoperabilità possono aumentare auditabilità e capacità di sostituzione, ma non producono sovranità automaticamente. Un modello open-weight può dipendere da GPU, toolchain, cloud, energia e competenze concentrate; un sistema proprietario può invece essere accompagnato da meccanismi credibili di portabilità e continuità.
Gli sviluppi europei del 2026 hanno reso questa direzione ancora più esplicita. La Commissione ha collegato sovranità tecnologica, open source, capacità computazionale e riduzione delle dipendenze lungo lo stack digitale.62 La proposta di Cloud and AI Development Act, COM(2026) 502, tratta inoltre la cloud sovereignty attraverso livelli di assurance anziché come proprietà binaria.63 È importante chiamarla proposta: non è diritto già vigente.
La suggestione di un’infrastruttura europea dell’AI modellata anche sull’esperienza del CERN è quindi plausibile come direzione di politica industriale. Non risolve, da sola, dipendenze da semiconduttori, energia, tooling e supply chain.
Pre-bunking e Psychological Defence
Le proposte relative a pre-bunking ed educazione digitale sono fra le più solide del capitolo perché non presuppongono che lo Stato possa eliminare ogni contenuto manipolativo. Mirano piuttosto a rendere individui e organizzazioni meno vulnerabili a tecniche ricorrenti di influenza.
Il riferimento alla Swedish Psychological Defence Agency è pertinente. L’interesse del modello svedese risiede però anche nei suoi limiti: l’agenzia distingue le influenze informative malevole attribuite a potenze straniere dal normale dibattito democratico e dichiara di non monitorare le opinioni politiche ordinarie dei cittadini.64 Un centro italiano di contrasto alla minaccia ibrida dovrebbe definire con la stessa precisione mandato, soglie, controllo democratico e tutela della libertà di espressione.
Protezione civile cibernetica
La nozione di protezione civile cibernetica è interessante perché tratta il cyber risk come problema di continuità collettiva e non soltanto di intelligence, difesa o law enforcement. Preparazione, esercitazione, recovery, cooperazione fra pubblico e privato e comunità tecniche possono essere organizzate come capacità distribuita.
Il confine con la partecipazione alle ostilità deve però essere preservato. L’esperienza ucraina mostra che volontari civili possono passare rapidamente da attività di difesa a operazioni offensive; nel contesto di un conflitto armato ciò può produrre conseguenze giuridiche che l’analogia con la protezione civile non risolve.
X e la Commissione europea: distinguere account principale e account pubblicitario
Nella cronologia conclusiva il libro afferma che il 7 dicembre 2025 Elon Musk avrebbe chiuso «d’imperio l’account X della Commissione UE come rappresaglia» alla multa europea. Il fatto è più circoscritto. Dopo la sanzione di 120 milioni di euro inflitta dalla Commissione a X per violazioni degli obblighi di trasparenza del Digital Services Act,65 X terminò l’account pubblicitario associato alla Commissione; l’account principale rimase attivo.66 Interpretare la sequenza come rappresaglia è plausibile politicamente, ma non coincide con il fatto tecnico di aver chiuso l’intera presenza della Commissione sulla piattaforma.
Dall’agenda normativa alla prioritizzazione
Il capitolo termina chiedendo una regolamentazione internazionale dell’AI e arriva ad evocare la possibilità che un cattivo uso della tecnologia possa «cancellare la vita umana così come la conosciamo».67 È utile distinguere i due livelli. La necessità di costruire meccanismi di governance discende direttamente dai problemi discussi nel libro; lo scenario esistenziale appartiene invece a una classe di rischio molto più incerta e va letto come orizzonte precauzionale, non come conclusione empiricamente stabilita dai case study precedenti.
Per un lettore non specialista, il valore del capitolo consiste soprattutto nell’esporre lo spazio delle possibili risposte: interoperabilità, decentralizzazione, autonomia europea, alfabetizzazione digitale, pre-bunking, capacità pubbliche, open source, cooperazione internazionale e resilienza. Un lettore professionale può usare questa agenda come punto di partenza per il passo successivo: ordinare le misure secondo threat model, costo, efficacia attesa, tempo di implementazione, dipendenze introdotte e rischio residuo. Il capitolo non è quindi un implementation roadmap, ma fornisce una buona lista dei problemi che un roadmap dovrebbe affrontare.
Epilogo: tecnologia, ideologia e potere privato
L’epilogo cambia deliberatamente registro. Dopo otto capitoli prevalentemente analitici, Di Corinto chiude il libro collegando Peter Thiel, Alex Karp, Palantir, defense tech, deterrenza, network states e Praxis a una più ampia trasformazione ideologica del rapporto fra tecnologia e potere. È una scelta importante perché rende esplicita una tesi rimasta fino a quel momento prevalentemente strutturale: le infrastrutture digitali non incorporano soltanto capacità tecniche, ma possono diventare veicolo di progetti politici, preferenze strategiche e concezioni differenti della sovranità.
Proprio perché il registro dell’epilogo è più interpretativo, conviene distinguere con particolare attenzione citazione, attribuzione e inferenza. Un esempio circoscritto è l’affermazione secondo cui Alex Karp riterrebbe «la democrazia incompatibile con la libertà». La formulazione celebre appartiene in realtà a Peter Thiel, che nel 2009 scrisse di non credere più compatibili libertà e democrazia.68 Questo non elimina le affinità politiche e strategiche che l’epilogo intende discutere, ma permette di attribuire correttamente una frase particolarmente forte.
La stessa disciplina va applicata alle affermazioni operation-specific su Palantir. La partnership dell’azienda con il Ministero della Difesa israeliano è documentata,69 mentre le fonti pubbliche sull’operazione dei pager descrivono una sofisticata compromissione della supply chain fisica senza stabilire indipendentemente che «il software di Palantir» abbia costituito il meccanismo causale dell’esplosione.70 Nell’epilogo è quindi utile leggere queste proposizioni più forti come parte della sintesi interpretativa dell’autore, distinguendole dalle attribuzioni tecniche per le quali esiste evidenza pubblicamente verificabile.
Il riferimento a Praxis e ai progetti di nuove comunità politico-tecnologiche apre infine una pista che meriterebbe da sola un volume: la possibilità che il tema della sovranità digitale non riguardi soltanto la competizione fra Stati e Big Tech, ma anche tentativi privati di progettare nuove forme di governance. In questo senso l’epilogo non è un’appendice eccentrica: riporta al problema iniziale del libro, cioè chi possiede l’infrastruttura, chi definisce le regole e quale libertà d’azione rimane agli altri attori.
Apparati finali: il glossario come porta d’ingresso, non come standard tecnico
Il glossario rafforza l’utilità di Guerra profonda per il lettore non specialista perché permette di attraversare un testo molto denso senza conoscere in anticipo il vocabolario di cybersecurity, networking, AI e information warfare. Va utilizzato soprattutto in questo senso: come strumento pedagogico di orientamento. Per attività professionali o analisi specialistiche è naturale passare poi alle definizioni normative e agli standard di settore.
Alcune voci mostrano bene questa differenza di granularità. Una Advanced Persistent Threat non è propriamente una «tecnica peculiare degli hacker di Stato», ma, nella terminologia NIST, un avversario dotato di elevati livelli di competenza e risorse che persegue obiettivi in modo persistente, adattandosi alle difese e utilizzando molteplici vettori; l’associazione con gli Stati è frequente ma non appartiene alla definizione necessaria del termine.71
Analogamente, in ChatGPT la componente GPT rinvia ai Generative Pre-trained Transformer, non a «Generative Pre-Training»; è più preciso pensare a ChatGPT come a un sistema conversazionale costruito attorno a modelli della famiglia GPT che come all’espansione letterale di un unico acronimo.
Particolarmente utile, dato il tema della disinformazione, è anche precisare la voce C2PA. Lo standard fornisce un’infrastruttura crittograficamente verificabile per rappresentare provenance, modifiche e asserzioni associate a un contenuto; non certifica che un’immagine o un’affermazione sia vera. La specifica stessa chiarisce che la validazione riguarda l’associazione, la corretta formazione e l’integrità delle asserzioni, non un giudizio sul loro valore di verità.72
Infine, la Cyber Kill Chain originale di Lockheed Martin comprende sette fasi, cioè Reconnaissance, Weaponization, Delivery, Exploitation, Installation, Command and Control e Actions on Objectives, e non include monetization come ottava fase canonica.73 Framework successivi possono naturalmente estendere o modificare quel modello.
Questi esempi non riducono il valore del glossario: ne chiariscono il livello di utilizzo. Per un lettore che entra per la prima volta nella materia è una mappa terminologica molto utile; chi debba trasformare un termine in requisito, controllo, modello di minaccia o valutazione tecnica dovrebbe poi risalire a NIST, IETF, MITRE, FIRST, C2PA, standard ISO/IEC o alla fonte originaria del framework.
Estensione: dalla guerra algoritmica al risk management
Se software, piattaforme, dati, cloud, satelliti, identità, supply chain e modelli AI partecipano alla capacità strategica, il risk management centrato esclusivamente sul singolo asset è insufficiente. Una funzione critica dipende da una catena di componenti tecnici, contrattuali e organizzativi, spesso controllati da soggetti differenti.
Un servizio può dipendere contemporaneamente da identity provider, DNS, connettività, certificati, librerie, repository, cloud, API, logging, tool di orchestrazione, modelli esterni, chip e amministratori terzi. La domanda quanto è sicuro questo server? deve quindi essere affiancata da una domanda più utile: quale capacità smette di esistere se questa dipendenza viene meno?
NIST IR 8286A collega esplicitamente gli scenari cyber a likelihood, impatti e obiettivi organizzativi, così da integrare la cybersecurity nell’enterprise risk management.74 La lezione applicabile alla guerra algoritmica è che una compromissione diventa strategica non perché coinvolge una tecnologia sofisticata, ma perché degrada una funzione essenziale.
La resilienza non coincide nemmeno con la ridondanza. Due ambienti cloud possono condividere identity provider, DNS, control plane, pipeline CI/CD o personale amministrativo. In quel caso esistono due deployment ma un solo percorso reale di fallimento.
L’AI rende questa distinzione ancora più importante. Un modello utilizzato come assistente testuale e lo stesso modello collegato a repository, terminale, credenziali, database e deployment tool non rappresentano lo stesso rischio. La variabile principale non è soltanto la capacità astratta del modello, ma l’autorità che il sistema può esercitare nell’ambiente.
Una traduzione operativa delle intuizioni del libro può essere sintetizzata nella Table 1.
| Tesi strategica | Traduzione per il risk management | Errore da evitare |
|---|---|---|
| Le dipendenze tecnologiche producono potere | Mappare catene di capacità e punti di controllo | Limitarsi all’inventario degli asset |
| Gli attori convergono | Separare evidenza tecnica, attribution confidence e responsabilità politica | Trattare state-aligned come state-controlled |
| L’AI aumenta la delegabilità | Valutare tool, privilegi, autonomia, approval gate e rollback | Usare il nome del modello come proxy del rischio |
| L’effetto può essere percettivo | Integrare incident response e comunicazione di crisi | Misurare il successo dell’avversario soltanto in downtime |
| I provider possono essere mission-critical | Misurare sostituibilità, accesso e capacità di uscita | Confondere multi-vendor e resilienza reale |
| La prevenzione totale è impossibile | Definire gli effetti che devono comunque essere negati | Valutare la sicurezza solo dagli attacchi bloccati |
Il vantaggio di questa impostazione è che evita due errori opposti. Il primo consiste nel militarizzare ogni incidente informatico. Il secondo consiste nel trattare tutte le dipendenze come semplici problemi tecnici. La stessa funzione può diventare indisponibile per attacco, guasto, insolvenza, sanzione, modifica contrattuale o scelta del provider. Per la missione, ciò che conta è la perdita di capacità.
La sintesi operativa è quindi: non misurare soltanto quali sistemi possono essere compromessi; identificare quali funzioni possono essere negate e attraverso quali dipendenze.
Estensione: sovranità come gestione delle dipendenze strategiche
Tradotta in termini operativi, la sovranità digitale non dovrebbe essere ridotta alla nazionalità del fornitore, perché la distinzione fra soggetto nazionale, europeo o extraeuropeo coglie soltanto una parte del problema. La questione decisiva è piuttosto quale libertà d’azione rimanga quando una dipendenza diventa indisponibile, viene revocata o modifica unilateralmente le proprie condizioni, e quindi se l’organizzazione conservi alternative realmente esercitabili nel tempo richiesto dalla missione.
La nazionalità continua naturalmente a essere rilevante, perché incide su giurisdizione, sanzioni, interessi geopolitici, accesso regolatorio e politica industriale, ma non costituisce da sola una misura sufficiente della dipendenza. Un servizio europeo può essere difficilmente sostituibile e dipendere a propria volta da semiconduttori, cloud, software o componenti extraeuropei, mentre un servizio extraeuropeo può generare una dipendenza meno critica qualora workload, dati, identità, configurazioni e chiavi rimangano effettivamente portabili e possano essere ricostituiti altrove entro tempi compatibili con gli obiettivi operativi.
Gli sviluppi europei del 2026 si muovono precisamente verso una concezione graduata della sovranità, distinta dall’autarchia. La strategia europea sulla sovranità tecnologica collega autonomia, open source e capacità lungo l’intero stack digitale,75 mentre la proposta di Cloud and AI Development Act introduce un framework di assurance progressiva per i servizi cloud.76 In questa prospettiva, la sovranità non coincide con l’origine geografica della tecnologia, ma con il grado di controllo, sostituibilità e continuità che l’organizzazione riesce a preservare.
Per il risk management, questa idea può essere tradotta in un exit requirement verificabile, perché un servizio strategico è realmente sostituibile soltanto quando l’organizzazione può dimostrare, prima della crisi, quanto tempo richieda l’estrazione dei dati, chi controlli le chiavi, quali workload possano essere trasferiti senza riscrittura sostanziale, quali API o servizi gestiti introducano lock-in, quali identità e policy debbano essere ricostruite, quali competenze siano disponibili internamente e quale degradazione del servizio possa essere tollerata durante la migrazione.
La portabilità dei dati, infatti, non coincide con la portabilità della funzione. Estrarre un database ha valore limitato se il servizio dipende da code, API proprietarie, observability, funzioni serverless, networking, identity policy o componenti del control plane che non possono essere ricostruiti nel tempo disponibile; ciò che deve essere portabile non è quindi soltanto il dato, ma l’intera capacità necessaria a produrre il risultato operativo.
Lo stesso principio rende insufficiente il multi-cloud nominale, perché due fornitori non costituiscono necessariamente due percorsi indipendenti se condividono lo stesso identity provider, le stesse reti, il medesimo repository, la stessa pipeline di deployment o lo stesso team operativo. La diversificazione formale riduce il rischio soltanto quando riduce anche i common-mode failures e crea percorsi di continuità realmente separati.
Da questa impostazione deriva una definizione operativa più rigorosa:
Sovranità è la capacità di mantenere o ricostituire una funzione strategica quando una dipendenza esterna viene meno, entro un tempo compatibile con la missione e senza accettare condizioni incompatibili con gli obiettivi essenziali.
Questa definizione non richiede autosufficienza, né presuppone che ogni tecnologia debba essere posseduta o prodotta internamente; richiede invece che le alternative esistano, siano tecnicamente praticabili, contrattualmente accessibili e operativamente esercitabili quando diventano necessarie.
Estensione: deterrenza, denial e resilienza
La deterrenza cyber non può essere ridotta alla minaccia di rappresaglia. Intelligence services, gruppi ransomware, hacktivisti e contractor possono utilizzare tecniche simili ma attribuire valore molto diverso a denaro, reputazione, segretezza, sopravvivenza dell’infrastruttura o costo diplomatico.
Joseph Nye distingue punishment, denial, entanglement/interdipendenza e norme come meccanismi differenti di deterrenza e dissuasione nel cyberspazio.77 La distinzione è operativamente importante.
La punishment tenta di rendere l’azione troppo costosa dopo il fatto: sanzioni, incriminazioni, sequestri, espulsioni diplomatiche, restrizioni economiche o altre conseguenze. Nel marzo 2026 il Consiglio dell’UE ha adottato misure restrittive contro tre entità e due individui responsabili, secondo il Consiglio, di cyberattacchi contro Stati membri e partner.78 L’adozione dimostra l’uso dello strumento; non dimostra da sola che il comportamento futuro sia stato deterrito.
Il denial agisce invece sul rendimento dell’attacco. MFA resistente al phishing, segmentazione, least privilege, credenziali a vita breve, hardening e recovery possono aumentare il costo dell’operazione e ridurne il beneficio anche senza conoscere con certezza l’attaccante.
La resilienza porta il principio ancora oltre: non impedisce necessariamente il successo tecnico, ma può negare l’effetto strategico. Un ransomware può cifrare sistemi e fallire nella coercizione se la missione viene ripristinata rapidamente. Un DDoS può produrre downtime e fallire politicamente se l’organizzazione comunica bene e continua a erogare le funzioni essenziali.
Conviene quindi distinguere:
- successo tecnico: l’attaccante ottiene accesso, esegue codice, sottrae dati o interrompe un servizio;
- effetto funzionale: una capacità dell’organizzazione viene realmente degradata;
- effetto strategico: la degradazione modifica una decisione, produce coercizione o genera un vantaggio politico o militare.
La stessa intrusione può avere successo al primo livello e fallire agli altri due. In questa prospettiva, sostituibilità e recovery sono forme di denial: non impediscono necessariamente l’attacco al componente, ma impediscono che quel componente diventi leva sulla missione. La domanda centrale per la deterrenza diventa quindi: quale beneficio l’avversario non riuscirebbe a ottenere anche se tecnicamente entrasse?
Estensione: imprese private come infrastrutture strategiche
Il coinvolgimento delle imprese nella capacità militare non è nuovo. La novità di cloud, satellite, SaaS e AI-as-a-service è che il provider può conservare controllo tecnico persistente dopo l’acquisto.
Un sistema tradizionale può essere trasferito al cliente e operato largamente sotto il suo controllo. In un servizio cloud o AI il provider continua invece a gestire control plane, aggiornamenti, policy, infrastruttura sottostante e, in alcuni casi, la possibilità di modificare o revocare la funzione. Acquistare una capacità non significa necessariamente controllarla.
La NATO Commercial Space Strategy del 2025 riconosce esplicitamente l’importanza crescente delle capacità commerciali e collega la loro integrazione al requisito di assured access in pace, crisi e conflitto.79 Il concetto è più esigente della disponibilità commerciale: un servizio deve rimanere utilizzabile proprio nelle condizioni eccezionali per cui è diventato strategico.
Il Joint Warfighting Cloud Capability statunitense mostra una risposta alla dipendenza infrastrutturale fondata sulla pluralità dei fornitori, con contratti assegnati ad AWS, Google, Microsoft e Oracle per capacità che coprono ambienti non classificati, classificati fino al Top Secret e il tactical edge.80 La pluralità contrattuale riduce una forma di concentrazione, ma non produce automaticamente resilienza, perché questa dipende dalla possibilità effettiva di trasferire workload, identità, dati, configurazioni e processi operativi fra ambienti differenti senza introdurre tempi o degradazioni incompatibili con la missione.
La valutazione di un provider mission-critical deve quindi concentrarsi sul controllo effettivo della capacità: occorre sapere chi possa negarne l’accesso, chi possa modificarne la funzione, chi possa osservare dati o metadati e chi controlli aggiornamenti, configurazioni e componenti del control plane. Allo stesso modo, è necessario identificare quali decisioni rimangano subordinate al provider e quanto tempo richiederebbe sostituirlo qualora il servizio diventasse indisponibile, incompatibile con i requisiti o soggetto a condizioni non più accettabili.
Da questa prospettiva il tradizionale third-party risk management si estende verso uno strategic dependency management, nel quale il rischio del fornitore non è valutato soltanto in termini di sicurezza, conformità o performance contrattuale, ma anche attraverso sostituibilità, controllo operativo, concentrazione, reversibilità e libertà d’azione sotto vincolo temporale.
L’importanza strategica di un provider deve tuttavia rimanere distinta dal suo status giuridico. Un’impresa può essere indispensabile per l’erogazione di una capacità militare senza diventare automaticamente parte belligerante, così come la rilevanza operativa di una sua infrastruttura non la trasforma per ciò solo in un obiettivo militare legittimo. La sezione successiva mantiene quindi separati il problema della dipendenza strategica, che riguarda controllo e continuità della capacità, e quello della qualificazione giuridica, che dipende da criteri e soglie differenti.
Estensione: diritto, escalation e soglie
Nel linguaggio della cybersecurity, DDoS, furto di credenziali, sabotaggio e operazioni capaci di produrre distruzione fisica possono essere tutti chiamati cyberattacks. Nel diritto internazionale non seguono automaticamente la stessa qualificazione.
Una condotta può essere ostile o illecita senza costituire use of force. La posizione ufficiale canadese considera possibile che una cyber operation raggiunga quella soglia quando scala ed effetti siano comparabili a quelli di operazioni tradizionalmente qualificate come uso della forza e distingue attribuzione tecnica, attribuzione giuridica e attribuzione politica.81
Il Regno Unito segue un’impostazione simile: un’operazione cyber può costituire uso della forza e, a una soglia ancora più elevata, armed attack capace di attivare il diritto di self-defence, in funzione di scala ed effetti.82
Illecito, grave, use of force e armed attack non sono sinonimi.
Anche la NATO mantiene una soglia deliberatamente non numerica. L’Alleanza afferma che una singola attività cyber significativa o gli effetti cumulativi di più attività potrebbero, in determinate circostanze, raggiungere il livello di attacco armato e portare a una valutazione dell’Articolo 5, ma la decisione resta case-by-case.83
Questa indeterminatezza non è necessariamente un difetto. Una soglia pubblica espressa in ore di downtime o valore economico consentirebbe all’avversario di progettare operazioni appena inferiori al limite e non rappresenterebbe il contesto: dieci minuti di indisponibilità durante una fase militare critica possono contare più di giorni di perdita di un servizio non essenziale.
Quando un conflitto armato esiste già, cambia anche il quadro normativo rilevante. L’ICRC considera applicabile il diritto internazionale umanitario alle cyber operations condotte nel contesto del conflitto, comprese distinzione, proporzionalità e precauzioni.84 Jus ad bellum e jus in bello rispondono a domande differenti: la soglia per ricorrere alla forza non è la stessa cosa delle regole che disciplinano come le ostilità possono essere condotte.
Il crescente coinvolgimento di civili, hacker e imprese private rende poi necessario valutare caso per caso attività e status.85 Essere un provider mission-critical non equivale automaticamente alla partecipazione diretta alle ostilità.
Il Tallinn Manual è prezioso proprio perché sistematizza molti di questi problemi, ma resta uno studio accademico non vincolante.86
La regola più importante è quindi: continuità strategica non significa identità giuridica. Cyber, informazione, economia e forza militare possono partecipare alla stessa campagna e ricadere sotto regole differenti.
Estensione: una teoria della misura per la conflittualità digitale
Il problema metodologico che attraversa l’intero articolo può essere formulato come un problema di misura. Numero degli incidenti, capacità dell’attore, probabilità di successo, impatto, dipendenza e confidence non sono la stessa grandezza.
Il caso dell’hacktivismo lo mostra bene. Migliaia di DDoS possono indicare attività, automazione e basso costo marginale senza dimostrare grande impatto. Un singolo attacco di supply chain può invece essere raro e sistemicamente devastante. Contare risponde a quanto accade?, non a quanto conta?.
CVSS 4.0 offre un esempio utile di separazione concettuale: metriche Base, Threat, Environmental e Supplemental distinguono caratteristiche intrinseche della vulnerabilità dal contesto della minaccia e dell’ambiente.87 EPSS misura ancora un’altra proprietà, cioè la probabilità stimata che una CVE venga sfruttata in the wild nei successivi trenta giorni; FIRST precisa che non è un risk score completo.88
La stessa disciplina può essere estesa alla conflittualità digitale:
| Dimensione | Domanda analitica | Proxy fuorviante se usato da solo |
|---|---|---|
| Attività | Quanto frequentemente osserviamo il fenomeno? | Numero assoluto di incidenti |
| Capacità | Che cosa può realisticamente fare l’attore nelle condizioni date? | Frequenza delle operazioni |
| Probabilità | Quanto è plausibile che lo scenario si verifichi? | Sofisticazione o severità tecnica |
| Impatto | Quale funzione viene realmente degradata? | Numero di asset o utenti |
| Dipendenza | Quanto è difficile ricostituire la funzione nel tempo disponibile? | Nazionalità o numero dei provider |
| Confidence | Quanto è robusta l’inferenza fra osservazioni e conclusione? | Assertività della narrativa |
La Table 2 non dovrebbe diventare un unico war score. Le dimensioni possono muoversi in direzioni opposte. L’attività può aumentare mentre l’impatto diminuisce; la capacità può crescere mentre la probabilità d’impiego resta bassa; l’attribuzione può essere ad alta confidence per un evento di scarso impatto o viceversa.
Lavender mostra il rischio di utilizzare una misura al livello sbagliato: accuratezza di classificazione, selezione del target, autorizzazione all’attacco e vittime non sono la stessa popolazione. La propaganda mostra lo stesso problema: reach ed engagement misurano esposizione e interazione, non causalmente persuasione. SolarWinds mostra un’altra versione ancora: download, installazione, beaconing e post-exploitation descrivono stadi differenti del funnel.
La confidence deve essere trattata come misura della nostra conoscenza, non dell’importanza dell’evento. Tre articoli che ripetono la stessa fonte originaria non costituiscono necessariamente tre evidenze indipendenti.
NIST SP 800-55 Volume 1 collega la selezione delle misure agli obiettivi e alle decisioni organizzative.89 Da qui deriva la regola finale: una metrica è utile nella misura in cui modifica razionalmente una decisione senza pretendere di rappresentare più di ciò che effettivamente misura.
Estensione: una matrice di decisione per i professionisti
Le estensioni precedenti possono essere condensate in una matrice decisionale. Non è un framework di compliance, ma un modo per tradurre proposizioni strategiche in domande verificabili.
| Tesi | Domanda decisionale | Decisione operativa |
|---|---|---|
| Le dipendenze possono diventare strategiche | Quale funzione non possiamo sostituire entro il tempo massimo tollerabile? | Exit plan, alternative e prove di migrazione |
| Gli attori possono convergere senza coincidere | Che cosa osserviamo e che cosa inferiamo sull’attore? | Attribution governance e confidence esplicita |
| L’AI aumenta la delegabilità | Quali poteri concediamo al sistema oltre alla generazione di output? | Tool permissions, approval gate, logging, rollback |
| Successo tecnico e strategico sono differenti | Quale effetto deve essere comunque negato? | Mission assurance, recovery e graceful degradation |
| La sovranità dipende dalla sostituibilità | Chi può negare o modificare la funzione e quanto rapidamente possiamo sostituirlo? | Portabilità, controllo delle chiavi, competenze e alternative |
| Multi-vendor non significa indipendenza | Quali dipendenze sono comuni ai provider? | Eliminazione dei common-mode failure |
| Il provider può mantenere controllo operativo | Quali decisioni restano al fornitore? | Assured access, exportability e diritti di migrazione |
| Punishment e denial sono diversi | Vogliamo imporre costi o ridurre il beneficio dell’attacco? | Risposta, hardening e resilienza separati |
| Frequenza non significa impatto | Stiamo contando eventi o conseguenze? | Metriche di attività separate dalle metriche di missione |
| Severity, probability e risk non coincidono | Qual è la probabilità nel nostro ambiente e quale funzione è colpita? | Integrare severity, exploit likelihood, exposure e impatto |
| Confidence non significa gravità | Quanto è robusta la catena di evidenza? | Proporzionare comunicazione e risposta |
| Reach non dimostra persuasione | Abbiamo evidenza causale sul comportamento? | Non usare engagement come proxy automatico dell’influenza |
| Cyberattack non significa armed attack | Quale soglia giuridica è realmente applicabile? | Separare tecnica, diritto e risposta politica |
| La resilienza può negare il risultato | Quanto degrada la missione se il controllo preventivo fallisce? | Recovery time e degraded mode verificati |
La Table 3 mostra il punto comune alle estensioni: una tesi strategica diventa operativa quando cambia una decisione.
Per la dipendenza, la decisione riguarda la capacità di uscita e quindi la possibilità concreta di sostituire una relazione, un fornitore o una tecnologia quando questa non sia più disponibile o accettabile; per l’AI, riguarda invece l’autorità concessa al sistema e i limiti entro cui esso può osservare, decidere o agire senza intervento umano.
Per la deterrenza, il problema consiste nell’identificare l’effetto che deve essere negato all’avversario, mentre per l’attribuzione consiste nello stabilire quale qualità dell’evidenza sia necessaria per giustificare una determinata risposta, poiché livelli diversi di conseguenza richiedono livelli diversi di confidence.
Per la sovranità, la questione decisiva è il tempo entro cui un’alternativa può essere effettivamente esercitata, perché un’opzione disponibile soltanto dopo la perdita della missione non costituisce una reale libertà d’azione; per il diritto, occorre invece determinare quale soglia sia effettivamente applicabile al caso concreto e quali conseguenze ne derivino.
Queste decisioni richiedono una cooperazione strutturata fra cybersecurity, enterprise risk management, procurement, legal, business continuity e architettura, perché ciascuna funzione osserva soltanto una parte della dipendenza, mentre il rischio strategico emerge dall’interazione fra controllo tecnico, vincoli contrattuali, continuità operativa, sostituibilità e conseguenze giuridiche.
La lezione professionale ricavabile dalla lettura è quindi meno spettacolare della metafora della cyberwar, ma molto più utilizzabile: per ogni capacità critica occorre sapere da cosa dipende, chi la controlla, quali effetti produce la sua perdita, quanto rapidamente può essere ricostituita e con quale grado di confidence possiamo considerare valide le assunzioni su cui si basa il piano.
Percorsi di approfondimento: dove andare dopo Guerra profonda
Il vantaggio di Guerra profonda è mettere sullo stesso tavolo temi che la letteratura specialistica tende a separare. Il passo successivo non consiste quindi nel cercare un altro libro altrettanto ampio, ma nello scegliere quale domanda emersa dalla lettura si vuole approfondire.
| Se dopo il libro vuoi capire… | Risorsa consigliata | Che cosa aggiunge | Utilità principale |
|---|---|---|---|
| come gli Stati usano concretamente le cyber operations | Ben Buchanan, The Hacker and the State90 | Casi empirici che separano espionage, sabotage, signalling, coercion e strategic competition | Analisti cyber, intelligence, policy |
| che cosa accade sotto la soglia della guerra tradizionale | Lucas Kello, The Virtual Weapon and International Order91 | Una teoria della competizione digitale che occupa lo spazio fra pace e guerra classica | Strategia e relazioni internazionali |
| che cosa significa realmente guerra ibrida | Ofer Fridman, Russian “Hybrid Warfare”92 | Genealogia del termine e confronto fra categorie occidentali e russe | Lettori del capitolo su Gerasimov e Ucraina |
| come si sono evolute propaganda e disinformazione prima dei social | Thomas Rid, Active Measures93 | Profondità storica e continuità fra active measures analogiche e digitali | Information operations e cognitive warfare |
| come leggere tecnicamente NotPetya e il fronte cyber ucraino | Andy Greenberg, Sandworm94 e Weissmann & Nilsson, Russia’s War in Ukraine and Modern Warfare95 | Il primo ricostruisce campagne e attori; il secondo inserisce cyber e tecnologia nel sistema multi-domain della guerra | Cybersecurity e military studies |
| quando una cyber operation può raggiungere le soglie di use of force o armed attack | Marco Roscini, Cyber Operations and the Use of Force in International Law96 e Tallinn Manual97 | Categorie giuridiche, soglie di escalation e applicazione del diritto internazionale | Legal, policy, escalation analysis |
| dove nasce materialmente la sovranità digitale | Chris Miller, Chip War98 | Semiconduttori, litografia, fab, export controls e supply-chain concentration | Strategia industriale e technological sovereignty |
| come trasformare la sovranità in requisiti di cloud e infrastruttura | Cloud and AI Development Act proposto dalla Commissione europea99 | Un caso contemporaneo di traduzione della dipendenza digitale in requisiti di assurance e capacità europea | Enterprise architecture e policy |
| come Silicon Valley entra materialmente nella capacità militare | Shah & Kirchhoff, Unit X100 e NATO Commercial Space Strategy101 | Procurement, dual use, commercial capabilities e problema dell’assured access | Difesa, procurement, third-party risk |
| come AI, droni e automazione cambiano la distribuzione del rischio militare | Rogers & Hutto, Rethinking Remote Warfare102 | Un approfondimento specifico di remote warfare, AI e sistemi autonomi | Military technology e AI governance |
| come passare dalla narrativa del rischio a una decisione aziendale | NIST IR 8286A Rev. 1103 e NIST SP 800-55 Vol. 1104 | Collegamento fra scenario cyber, likelihood, impatto, obiettivi e misura | CISO, risk manager, enterprise architect |
| quanto sono realmente mature le capacità cyber degli agenti AI | DARPA AI Cyber Challenge105 e Project Glasswing/Claude Mythos106 | Evidenza sperimentale e operativa recente, mantenendo distinta una competizione pubblica da una vendor assessment | AI security e offensive/defensive cyber |
| come affrontare autenticità e provenance dei contenuti sintetici | C2PA Technical Specification107 | Un modello tecnico di provenance crittograficamente verificabile, distinto dal fact-checking del contenuto | Disinformation, media security, AI governance |
| come affrontare tecnicamente il rischio neurotecnologico senza anticipare capacità inesistenti | Review sulle implantable BCI108 e UNESCO Recommendation on the Ethics of Neurotechnology109 | Stato dell’arte clinico da una parte e governance di neurodati, autonomia e mental integrity dall’altra | Neurosecurity e technology governance |
Questa è probabilmente la modalità più produttiva di utilizzare il libro. Un lettore non specialista può leggerlo dapprima come mappa del territorio, scegliere poi una o due direttrici e scendere progressivamente verso monografie, standard, fonti primarie e letteratura scientifica. Un professionista può fare il percorso inverso: partire dal proprio dominio specialistico e utilizzare Guerra profonda per vedere le interdipendenze con domini che normalmente rimangono fuori dal proprio campo visivo.
Conclusione
Guerra profonda va giudicato anzitutto rispetto alla funzione che sceglie di svolgere. Non è un manuale di cybersecurity, un trattato di diritto internazionale, una monografia sull’intelligenza artificiale o una storia militare dei conflitti contemporanei. È un tentativo deliberatamente trasversale di mostrare come infrastrutture digitali, cyber operations, piattaforme private, AI, propaganda, dipendenze industriali e conflitto armato siano ormai componenti dello stesso ambiente strategico. Letto in questa funzione, il libro riesce nel proprio obiettivo principale.
La categoria che meglio tiene insieme il percorso è la guerra algoritmica. Dati, software, modelli, piattaforme, sistemi di comunicazione e capacità computazionali entrano nelle catene attraverso cui vengono prodotti intelligence, targeting, propaganda, coordinamento, accesso alle informazioni e capacità operative. Guerra profonda è il titolo efficace di questa trasformazione; guerra algoritmica è la categoria che il volume utilizza esplicitamente per descriverne il meccanismo.
Il libro è particolarmente utile quando obbliga il lettore a superare confini disciplinari abituali. Sovranità digitale e cloud non sono separabili dalla geopolitica; un satellite commerciale può diventare parte della capacità militare; un aggiornamento software può produrre conseguenze sistemiche senza alcun avversario; un DDoS tecnicamente modesto può avere un rendimento politico superiore al proprio impatto operativo; un modello AI diventa molto più rilevante quando viene collegato a dati, tool, identità e autorità; un provider privato può conservare controllo tecnico su una capacità che un’organizzazione considera ormai strategica.
Per un lettore non specialista questa è precisamente l’utilità maggiore del volume: mostrare quali domande esistono prima ancora di insegnare come risolverle in dettaglio. Un libro che copre contemporaneamente sovranità digitale, Big Tech, cyberwar, disinformazione, AI, cognitive warfare, hacktivismo, Ucraina e Medio Oriente deve necessariamente comprimere domini nei quali esistono intere letterature specialistiche. Le precisazioni sviluppate in questa recensione servono quindi a indicare dove quella compressione può essere riaperta: architetture degli LLM, denominatori delle metriche, livelli di attribution confidence, status delle fonti, diritto internazionale, maturity delle neurotecnologie, supply-chain compromise, provenance dei contenuti e dipendenze cloud.
Anche gli errori puntuali individuabili nel testo vanno collocati in questa prospettiva. Un acronimo espanso in modo errato, una data, una relazione troppo diretta fra WannaCry e NotPetya, la popolazione di riferimento di Lavender o un’attribuzione operation-specific non modificano l’architettura dell’argomento. Sono soprattutto punti nei quali il lettore interessato può passare dalla mappa strategica al meccanismo tecnico e imparare, nel farlo, una regola più generale: la qualità dell’analisi dipende dalla capacità di preservare denominatori, livelli causali e confidence lungo tutta la catena inferenziale.
Il capitolo Idee per il futuro completa coerentemente questa funzione. Di Corinto non si limita a descrivere la trasformazione, ma propone autonomia senza autarchia, infrastrutture aperte, educazione digitale, pre-bunking, capacità pubbliche di risposta, cooperazione internazionale, open source e maggiore capacità europea nell’AI. Non è ancora un programma di implementazione, e non deve necessariamente esserlo: offre piuttosto un’agenda dalla quale policy-maker, architetti e professionisti possono derivare priorità, requisiti e metriche.
L’epilogo aggiunge infine una dimensione che merita di essere conservata. La domanda non è più soltanto chi controlla la tecnologia, ma anche quale concezione del potere viene resa possibile da quella tecnologia. Thiel, Karp, Palantir, defense tech e gli esperimenti di governance privata richiamati nelle ultime pagine riportano così il libro alla questione iniziale della sovranità: l’architettura tecnica distribuisce capacità di osservare, decidere, autorizzare, escludere e agire.
Le estensioni sviluppate nella seconda parte di questa recensione appartengono invece al recensore. Servono a trasformare le intuizioni del libro in una grammatica utilizzabile nel lavoro professionale: mission-oriented risk management, strategic dependency management, sostituibilità sotto vincolo temporale, assured access, deterrenza per denial, distinzione fra successo tecnico ed effetto strategico, separazione delle soglie giuridiche e teoria della misura.
Da questa elaborazione deriva una formulazione operativa che condensa molti dei problemi posti dal volume:
la sicurezza strategica non consiste soltanto nel proteggere sistemi; consiste nel preservare libertà d’azione quando alcuni dei sistemi, fornitori e presupposti da cui dipendiamo cessano di essere disponibili o affidabili.
Questa formulazione permette di rileggere sovranità, resilienza e sicurezza nello stesso quadro. Possedere un server non garantisce sovranità; usare due cloud non garantisce indipendenza; bloccare molti attacchi non garantisce resilienza. Ciò che conta è la capacità di continuare a esercitare le funzioni essenziali, o di ricostituirle entro il tempo richiesto dalla missione, quando una dipendenza viene compromessa, revocata, degradata o trasformata in leva politica.
Lo stesso principio vale per la misura. Attività, capacità, likelihood, impatto, dipendenza, attribution e confidence devono rimanere variabili distinte fino al momento in cui esiste una ragione esplicita per combinarle. Vale anche per l’escalation: una cyber operation può essere strategicamente grave senza costituire un armed attack; un provider può essere indispensabile alla guerra senza acquisire automaticamente uno specifico status giuridico; una campagna può combinare strumenti ibridi senza che ogni attore coinvolto risponda a una singola catena di comando.
Il modo più produttivo di leggere Guerra profonda è dunque progressivo: prima usarlo per vedere il sistema, poi scegliere il meccanismo che interessa e seguirlo fino alle fonti primarie, agli standard e alla letteratura specialistica. Per il non specialista il libro è una porta d’ingresso; per lo specialista è un’occasione per uscire dal proprio silo. È proprio nell’intersezione fra queste due funzioni che il volume offre il contributo più utile.
See also cybersecurity longforms
VEX Standards from First Principles
The December 2025 Cyberattack on Poland’s Energy Sector
See also machine learning longforms
When an AI Evaluation Became a Cyber Intrusion
AI Adoption, Productivity, and the Missing Middle
Beyond the Hype: What Microsoft’s Copilot Data Really Says About AI at Work
See also regulation and compliance longforms
Operational Technology in the Crosshairs: What the 2025–2026 Attacks Reveal About Industrial Cyber Risk
VEX Standards from First Principles
Cyber Resilience Act: The New Product-Security Baseline
See also posts
When Formalization Became Industrial
Programming Authority Is the Real PLC Security Boundary
After Proof Abundance: Palomar and the New Infrastructure of Mathematical Trust
The Industrialization of Mathematical Intelligence: Beyond Proof Abundance to Open Questions of Governance
A CVE Is Not an Article 14 Report: What Actually Makes a Vulnerability Reportable?
Does the CRA Require Vulnerability Scanning from 11 September 2026? No, but It Does Require a Reporting Decision Process
Footnotes
Di Corinto, A. (2026). Guerra profonda. Hacker, bugie e l’architettura segreta dei nuovi conflitti. Prefazione di Roberto Baldoni. Luiss University Press. ISBN 979-12-5596-427-8.↩︎
Di Corinto, A. (2026). Guerra profonda. Hacker, bugie e l’architettura segreta dei nuovi conflitti. Prefazione di Roberto Baldoni. Luiss University Press. ISBN 979-12-5596-427-8.↩︎
Baldoni, R. (2026). Prefazione. In A. Di Corinto, Guerra profonda. Hacker, bugie e l’architettura segreta dei nuovi conflitti. Luiss University Press.↩︎
Di Corinto, A. (2026). Introduzione. In Guerra profonda. Hacker, bugie e l’architettura segreta dei nuovi conflitti. Luiss University Press. Il passaggio sulla controversia Anthropic-Pentagono, sulla scuola di Minab e su Polymarket è utilizzato qui come oggetto della verifica critica.↩︎
Anthropic. (2026). Statement on the comments from Secretary of War Pete Hegseth. Anthropic, 27 February 2026. Official statement; Anthropic. (2026). Where things stand with the Department of War. Anthropic, 5 March 2026. Official statement↩︎
Reuters. (2026). Amazon cloud unit flags issues at Bahrain, UAE data centers amid Iran strikes. Reuters, 2 March 2026. Report↩︎
Copp, T., Mekhennet, S., Kelly, M., Horton, A., & George, S. (2026). Iranian school was on U.S. target list, may have been mistaken as military site. The Washington Post, 11 March 2026. Investigation↩︎
Associated Press. (2026). The Iranian school struck in the war’s earliest attacks is now a memorial for children. AP News, 7 September 2026. Report↩︎
Reuters. (2026). Prediction market bets on Iran strikes stoke insider trading, ethics scrutiny. Reuters, 2 March 2026. Report↩︎
Di Corinto, A. (2026). Guerra profonda. Hacker, bugie e l’architettura segreta dei nuovi conflitti. Prefazione di Roberto Baldoni. Luiss University Press. ISBN 979-12-5596-427-8.↩︎
Di Corinto, A. (2026). La sovranità di Internet. In Guerra profonda. Hacker, bugie e l’architettura segreta dei nuovi conflitti. Luiss University Press. L’autore distingue esplicitamente autonomia strategica e autosufficienza/autarchia.↩︎
Standing Committee of the National People’s Congress. (2021). Data Security Law of the People’s Republic of China. National People’s Congress of the People’s Republic of China. Official text↩︎
European Parliament & Council of the European Union. (2016). Regulation (EU) 2016/679 … (General Data Protection Regulation). Official Journal of the European Union. Official text↩︎
European Parliament & Council of the European Union. (2016). Directive (EU) 2016/1148 concerning measures for a high common level of security of network and information systems across the Union. Official Journal of the European Union. Official text↩︎
Croatian Parliament. (2024). Zakon o kibernetičkoj sigurnosti. Narodne novine, 7 February 2024. Official text; European Union. National transposition measures communicated by the Member States concerning Directive (EU) 2022/2555. EUR-Lex. Official database↩︎
Di Corinto, A. (2026). Guerra profonda. Hacker, bugie e l’architettura segreta dei nuovi conflitti. Prefazione di Roberto Baldoni. Luiss University Press. ISBN 979-12-5596-427-8.↩︎
Di Corinto, A. (2026). Guerra profonda. Hacker, bugie e l’architettura segreta dei nuovi conflitti. Prefazione di Roberto Baldoni. Luiss University Press. ISBN 979-12-5596-427-8.↩︎
Gerasimov, V. (2016, English translation of 2013 original). The Value of Science Is in the Foresight: New Challenges Demand Rethinking the Forms and Methods of Carrying Out Combat Operations. Military Review, 96(1); Bartles, C. K. (2016). Getting Gerasimov Right. Military Review, 96(1). Official issue↩︎
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Di Corinto, A. (2026). AI, cyberattacchi e disinformazione: la minaccia ibrida all’opera. In Guerra profonda. Hacker, bugie e l’architettura segreta dei nuovi conflitti. Luiss University Press.↩︎
Vaswani, A., Shazeer, N., Parmar, N., et al. (2017). Attention Is All You Need. Advances in Neural Information Processing Systems 30. Original paper↩︎
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Di Corinto, A. (2026). Hacking cerebrale. In Guerra profonda. Hacker, bugie e l’architettura segreta dei nuovi conflitti. Luiss University Press.↩︎
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NATO Cooperative Cyber Defence Centre of Excellence. About us — History. CCDCOE. Il Centro documenta la proposta estone del 2004, l’approvazione del concept nel 2006, il ruolo degli attacchi del 2007 come wake-up call, la costituzione e l’accreditamento nel 2008 e l’avvio del processo del Tallinn Manual nel 2009. Official page; North Atlantic Treaty Organization. (2026). Centres of Excellence. NATO. Official overview↩︎
NATO Cooperative Cyber Defence Centre of Excellence. About us — History. CCDCOE. Il Centro documenta la proposta estone del 2004, l’approvazione del concept nel 2006, il ruolo degli attacchi del 2007 come wake-up call, la costituzione e l’accreditamento nel 2008 e l’avvio del processo del Tallinn Manual nel 2009. Official page; North Atlantic Treaty Organization. (2026). Centres of Excellence. NATO. Official overview↩︎
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SolarWinds Corporation. (2020). Form 8-K, December 14, 2020. U.S. Securities and Exchange Commission. Official filing; SolarWinds Corporation. (2021). Form 10-Q for the quarter ended March 31, 2021. U.S. Securities and Exchange Commission. Official filing↩︎
Eutelsat. OneWeb LEO Constellation. Eutelsat descrive una rete LEO globale di oltre 600 satelliti, destinata a connettività a bassa latenza per applicazioni terrestri, marittime e aeronautiche. Official page↩︎
European Commission. (2026). EU GOVSATCOM: Securing Europe, from ground to space. Il servizio è operativo dal gennaio 2026 e mette a disposizione degli utenti governativi autorizzati capacità satellitari sicure messe in comune dagli Stati membri; la Commissione indica inoltre una prima versione semplificata di IRIS² per il 2029. Official source↩︎
European Commission. IRIS² — Secure Connectivity. Il programma europeo prevede una costellazione multi-orbita destinata a connettività sicura e resiliente per governi, imprese e cittadini. Official programme↩︎
European Commission. (2026). EU GOVSATCOM: Securing Europe, from ground to space. Il servizio è operativo dal gennaio 2026 e mette a disposizione degli utenti governativi autorizzati capacità satellitari sicure messe in comune dagli Stati membri; la Commissione indica inoltre una prima versione semplificata di IRIS² per il 2029. Official source↩︎
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Di Corinto, A. (2026). Gli hacker e gli attivisti nel conflitto Israele-Hamas. In Guerra profonda. Hacker, bugie e l’architettura segreta dei nuovi conflitti. Luiss University Press.↩︎
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